Col cavolo che ritorno
Gli anni ’60 italiani ci hanno regalato melodie immortali, ma se andiamo a scavare nei testi dei cuori infranti, emerge un quadro psicologico affascinante e a tratti grottesco. L’uomo abbandonato dell’epoca raramente si metteva in discussione. Piuttosto, si piangeva addosso costruendo un castello in cui lui era la vittima nobile e la donna un’ingenua incosciente.
Un esempio da manuale di questo “gaslighting” paternalista è Ritornerai di Bruno Lauzi (1963). Musicalmente ineccepibile (seppur con quella proverbiale banalità pop su cui oggi possiamo sorvolare), testualmente è un capolavoro di arroganza mascherata da malinconia.
Quando lei se ne va, Lauzi, nella canzone, non ammette che la relazione potesse essere arrivata al capolinea o che lui avesse delle colpe. La sminuisce. Definisce la scelta di lei “un capriccio”, “un’avventura”. Le toglie qualsiasi capacità di discernimento adulto, relegandola al ruolo di bambina confusa. L’apice del delirio di onnipotenza arriva nel ritornello: lui è assolutamente certo che lei fallirà nel mondo reale e tornerà strisciando da lui (“Ma quando capirai, ritornerai”). È un meccanismo di difesa perfetto: non sono io ad essere sbagliato, sei tu che non capisci il tuo bene.
L’Esperimento: Dare voce al “capriccio” Per questo esperimento del Laboratorio, abbiamo deciso di colpire questa ipocrisia narrativa. Abbiamo immaginato che lei, ascoltando Ritornerai alla radio, decida di rispondere a tono. Manteniamo la stessa atmosfera musicale – lenta, orchestrale, tipicamente anni ’60 – ma ribaltiamo il testo. Lei gli spiega, con calma e senza rabbia, che non c’è stato nessun capriccio: se n’è andata perché si annoiava a morte e la sua nuova vita, lontano dalle sue certezze monolitiche, le piace tantissimo. E soprattutto: col cavolo che ritorna.
Eccola:
Di seguito il testo completo originale seguito da quello del nostro esperimento:
Ritornerai
Ritornerai
Lo so ritornerai
E quando tu
Sarai con me
Ritroverai
Tutte le cose che
Tu non volevi
Vedere intorno a te
E scoprirai
Che nulla è cambiato
Che sono restato
L'illuso di sempre
E riderai
Quel giorno riderai
Ma non potrai
Lasciarmi più
Ti senti sola
Con la tua libertà
Ed è per questo
Che tu
Ritornerai
Ritornerai
Ti senti sola
Con la tua libertà
Ed è per questo
Che tu
Ritornerai
Ritornerai
Ritornerai
Ritornerai
Col cavolo che ritorno
Dicevi che era solo un'avventura
un volo cieco, una banale pazzia
ridevi della mia finta paura
mentre facevo le valigie, e andavo via.
Pensavi fossi solo una bambina
in cerca di un respiro o un'emozione
ma la tua casa era una vetrina
e io non ero parte in esposizione.
Non tornerò, non tornerò da te
non c'è nessuna scusa da inventare
ho visto il mondo che c'è fuori, e sai perché?
Con te avevo scordato di respirare.
E aspetterai, sì, aspetterai
ma quella porta non si aprirà mai.
Hai speso mesi a dirmi "capirai"
cullandoti nel tuo finto dolore
sicuro che sui passi miei sarei
caduta per implorare il tuo favore.
Ma l'unico capriccio era il tuo orgoglio
che non voleva farsi analizzare
io qui sto bene, ho tutto ciò che voglio
e non ho proprio tempo per tornare.
Non tornerò, non tornerò da te
non c'è nessuna scusa da inventare
ho visto il mondo che c'è fuori, e sai perché?
Con te avevo scordato di respirare.
E aspetterai, sì, aspetterai
ma quella porta non si aprirà mai.
Conserva pure la tua convinzione
di essere l'inizio e la mia fine
la tua è soltanto una vecchia canzone
che ha perso le sue rime.
Non tornerò, non tornerò da te
non c'è nessuna scusa da inventare
ho visto il mondo che c'è fuori, e sai perché?
Con te avevo scordato di respirare.
Continua pure a piangere, se vuoi.
Non c'è più spazio, adesso, per i "noi".
Non tornerò.