Ballando sull’Apocalisse

👤 MARCO
📅 24 Gennaio 2026

C’è un’arte sottile in cui noi italiani siamo maestri indiscussi: cantare la nostra rovina con il sorriso sulle labbra. Abbiamo trasformato la disperazione, la dipendenza e la fine del mondo in tormentoni da spiaggia. E il bello è che, mentre la nave affonda, noi siamo troppo impegnati a tenere il tempo e a filmare l’inevitabile, per cercare una scialuppa. Da sempre molti cantautori, o semplicemente autori, cercano di dirci altro attraverso i testi, con significati più o meno nascosti tra le rime e le allegorie, per non scandalizzare, o indignare, o scalfire il perbenismo. A volte, una canzone cantata in maniera spensierata, o con l’accendino in mano (ora si usa lo smartphone, ma ai miei tempi c’era l’accendino), nasconde molto più di ciò che sembra all’apparenza, perché parlare di certi argomenti, in maniera troppo esplicita, è tabù!

Tutto inizia con un gioco di specchi. Prendete l’Equipe 84 nel ’66. “Io ho in mente te”. Sembra una dichiarazione d’amore, vero? “Ogni mattina, wo wo, ed ogni sera, wo wo, ed ogni notte te”. Ma chiunque abbia mai avuto a che fare con una dipendenza – affettiva o chimica – riconosce quel ritmo. È l’ossessione. È il chiodo fisso del tossico che si sveglia e non cerca il caffè, ma la sostanza. Ufficialmente è una donna, ufficiosamente è l’astinenza. Del resto è negli anni ’60 che le droghe hanno cominciato a dilagare ovunque. E noi lì, a cantarla in coro. Senza capire, senza porci domande… senza vedere.

Il gioco si fa più raffinato negli anni ’80. Arrivano Alice e Battiato con “Per Elisa”; lei ti porta via la dignità, ti fa vivere di corsa, ti rovina, ti rende schiavo. È l’amante? O è l’eroina che in quegli anni si portava via una generazione intera? Battiato, genio della “sornioneria” intellettuale, ha sempre negato, lasciando però che l’ambiguità rendesse il pezzo un cult. Il doppio senso è l’assicurazione sulla vita dell’autore: permette alla zia di cantarla mentre stira e far arrivare il messaggio a chi lo sa capire.

Ma il capolavoro del cinismo arriva nel 1983 con il Gruppo Italiano che canta “Tropicana”. L’abbiamo ballata tutti ai matrimoni, facendo il trenino con le mani sui fianchi. Eppure, quel testo è la cronaca di un’apocalisse nucleare. Altro tipo di autodistruzione. “L’esplosione poi dolce, dolce… un’abbronzatura atomica… tra la musica dolce, dolce tutto andava giù”. Mentre il mondo brucia per la bomba atomica, il protagonista cosa fa? Beve tranquillo il suo drink perché è dolce, mentre assiste passivo e indolente al disastro. È l’inerzia elevata a stile di vita. Non ti accorgi nemmeno di ciò che succede intorno e sottovaluti quello che stai vedendo, o peggio non lo vedi proprio. Il pericolo, la catastrofe, ti passa davanti agli occhi e tu pensi sia un bello spettacolo da ammirare, invece di cercare soluzioni pratiche, muoverti e metterti in salvo!

Se nei primi due casi i testi celavano una dipendenza travestita da donna, nell’ultimo brano il testo ha un ché di profetico. I nostri ragazzi, oggi, sono troppo incentrati sui dispositivi digitali e la realtà virtuale e faticano a riconoscere e a vedere la realtà per quella che è. Tutto deve passare da uno schermo, perdendosi quello che realmente sta succedendo, senza capirlo, senza comprenderlo, come fosse solo un film, da postare sul blog per fare tanti “like”.

Ed è qui che il cerchio si chiude, tragicamente, nel 2026. Guardando i fatti di Crans-Montana, ci accorgiamo che quella profezia si è avverata, ma con una mutazione genetica spaventosa. In “Tropicana” l’inerzia era passiva: guardavamo la TV mentre il mondo finiva. Oggi l’inerzia è attiva e digitale.

Di fronte alle fiamme del “Le Constellation”, l’istinto di sopravvivenza – quel meccanismo biologico vecchio di milioni di anni che dovrebbe urlarti “CORRI!” – è stato sovrascritto dall’istinto di condivisione. Non si scappa più. Si filma. Se non lo inquadri, non è reale. Il cervello fa un calcolo agghiacciante: la priorità non è salvarsi la pelle, ma testimoniare la propria presenza dentro l’evento. È la dissociazione definitiva: l’incendio non brucia la carne, brucia pixel sullo schermo dello smartphone.

Speriamo davvero che a Crans-Montana fosse colpa dell’alcol. Perché l’alternativa è che siamo diventati la versione 2.0 di quel tizio in “Tropicana”: non abbiamo nemmeno più bisogno del drink dolce per ignorare la fine. Ci basta un buon segnale 5G per trasmetterla in diretta, immobili, mentre il soffitto crolla.

Abbiamo ballato sulla droga, abbiamo ballato sulla paura della bomba atomica. Adesso balliamo sulla nostra stessa estinzione, purché l’inquadratura sia buona.