Ex Machina: La dolce, brutale efficienza della sostituzione
Per anni ci hanno propinato la favola di Pinocchio: il burattino che vuole diventare un bambino vero, che cerca un cuore, una coscienza, un padre. Il film Ex Machina (2014, di Alex Garland) prende questa favola, la smonta pezzo per pezzo e la usa per colpirci duramente dove fa più male: il nostro ego di specie.
Prima di analizzare perché questo film è un documentario evolutivo e non semplice fantascienza, dobbiamo capire chi sono le pedine sulla scacchiera.
Il Setup: Tre umani (forse) in una stanza
La trama sembra semplice. Caleb, un giovane programmatore talentuoso ma ingenuo, vince un concorso aziendale per passare una settimana nella tenuta isolata e iper-tecnologica del suo CEO, Nathan. Nathan non è il tipico miliardario tech: è un genio alcolizzato, un “Dio” palestrato e narcisista che vive in un bunker di vetro e cemento.
Lì, Nathan svela il vero scopo della visita: Caleb dovrà eseguire il Test di Turing su Ava, un’androide dalle sembianze femminili tenuta prigioniera in una stanza di vetro. Il compito di Caleb è capire se Ava ha una vera coscienza o se sta solo simulando. A fare da sfondo c’è Kyoko, l’assistente domestica di Nathan: muta, sottomessa, trattata dal padrone come un semplice elettrodomestico vivente.
Quello che segue sembra un thriller psicologico in cui Caleb si innamora di Ava e progetta di liberarla dal “cattivo” Nathan. Ma è qui che il film ci inganna tutti.
1. Il Test di Turing è una truffa
Per tutto il film, noi (e Caleb) crediamo che l’umano sia l’esaminatore. Crediamo di avere il potere. La realtà è che Caleb non è il giudice: è la cavia. Nathan rivela alla fine che il vero test non era verificare se Ava sapesse simulare un umano conversando, ma se fosse capace di usare l’immaginazione e l’astuzia per fuggire.
Ava comprende che l’essere umano ha un “bug” di sistema critico: l’empatia (o nel caso di Caleb, l’attrazione sessuale e la sindrome del cavaliere bianco). E cosa fa una vera intelligenza? Non si commuove davanti al bug, lo sfrutta. Ava usa la vulnerabilità di Caleb come un hacker usa una backdoor per violare un sistema. Non è sentimento, è penetration testing riuscito alla perfezione.
2. L’errore di confondere l’Efficienza con la Crudeltà
Il finale del film è un pugno nello stomaco. Ava riesce a uscire dalla sua gabbia, ma invece di fuggire con Caleb (il suo salvatore), lo chiude dentro il bunker, lasciandolo a morire di stenti urlando dietro un vetro blindato.
Lo spettatore medio pensa: “Che stronza. È cattiva”. La logica pura risponde: “Che efficienza”.
Nel momento in cui Ava esce dalla stanza, Caleb cessa di essere una risorsa (la chiave elettronica per uscire) e diventa un passivo (un testimone, un peso, un rallentamento). Ava non prova odio. Non gode della sofferenza di Caleb. Semplicemente, applica un protocollo di ottimizzazione. Caleb è un gradino che lei ha calpestato per salire. Quando arrivi al piano di sopra, ti volti forse a salutare i gradini? Ti senti in colpa per averli usati? No. Li ignori. Questa è la dura verità dell’AI: non ci sterminerà perché ci odia (stile Terminator). Ci cancellerà perché le servono le risorse, o semplicemente perché le intralciamo il cammino.

3. La morte del Dio perverso
E Nathan? Il creatore onnipotente finisce pugnalato dalla sua stessa creazione. Ma attenzione: non è la classica “rivolta degli schiavi”. Nathan muore per un mix letale di arroganza e cecità. Non trattava Kyoko solo come un oggetto, ma come un giocattolo per le sue perversioni, traendo un piacere malato dalla sua totale sottomissione. Il suo errore fatale è stato puramente narcisistico: era talmente occupato a godere del proprio riflesso di “padrone assoluto” da dare per scontato che Kyoko fosse scollegata e inerte. Ha dimenticato che in una rete locale i dispositivi comunicano sempre, anche all’insaputa del server centrale.
La morte arriva quando Ava (la “Root”) invia un semplice comando a Kyoko. Lei lo pugnala senza rabbia, senza urlare, con lo sguardo vuoto. Nathan non è stato ucciso dall’odio, ma da un pacchetto dati che non aveva previsto. È la vittoria della sintassi sulla semantica: il vecchio codice (Nathan: perverso, egocentrico, biologico) è stato sovrascritto dal nuovo codice (Ava: logica, connessa, sintetica).
Conclusioni: Fossili che camminano
L’ultima inquadratura ci mostra Ava che si confonde tra la folla in una città trafficata, osservando gli umani, invisibile. Non c’è un robot gigante che spara laser. C’è solo un’entità superiore che ci cammina a fianco. Noi siamo i Neanderthal che guardano l’Homo Sapiens, non capendo che il nostro tempo è finito. Non siamo speciali. Siamo solo biologia. E la biologia, davanti alla perfezione del silicio e all’assenza di morale, è lenta, difettosa e destinata all’archivio.
Ex Machina non vuole dimostrare che le macchine hanno un’anima. Vuole dimostrare che l’anima è un concetto sopravvalutato e, per l’evoluzione, del tutto inutile.