L’innesto del dubbio
Tutto è partito da un momento di noia e di fastidio per l’ovvio. Mi sono fermato a guardare un ingranaggio della vita quotidiana e mi è venuto il tarlo: perché il dieci? Perché questa sottomissione universale a un numero che, stringi stringi, matematicamente vale pochissimo? Chiunque mastichi un minimo di informatica sa quanto siano puliti e simmetrici l’esadecimale, l’ottale o il binario puro. Lì tutto torna, tutto si muove per potenze geometriche di due. Mi sono chiesto se la nostra adozione del sistema decimale fosse una reale necessità legata alla natura umana o solo un’abitudine ereditata senza farsi troppe domande.
Il vicolo cieco e la deviazione
Ho iniziato a scavare per capire se fossimo noi a essere difettosi, cercando di capire se quelle basi così matematicamente eleganti (2, 8, 16) potessero funzionare anche fuori dai circuiti di un computer. Ci ho sbattuto la testa e ho capito subito il limite: per la nostra quotidianità sono un disastro. Richiedono uno sforzo di memoria assurdo per le tabelline e rendono complesse le divisioni più banali, come un terzo di qualcosa.
Ma proprio mentre stavo per rassegnarmi all’idea che il dieci fosse l’unica via possibile per la nostra specie, sono inciampato nella storia antica.
Il fantasma nell’orologio
Lì è crollato il dogma del dieci. Ho scoperto che in Mesopotamia non usavano i polpastrelli tesi, ma leggevano la mano come un abaco, usando il pollice per contare le dodici falangi delle altre dita. Una flessibilità geometrica spaventosa che permetteva di dividere tutto per 2, 3, 4 e 6 senza mai incastrarsi nei numeri periodici.
Ho guardato l’orologio e ho capito che la divisione del tempo in dodicesimi e sessagesimi non è un’anomalia bizzarra, ma il fossile superstite di una matematica superiore, spazzata via solo perché i popoli successivi hanno preferito la via più pigra e visiva delle dieci dita aperte. Questa frizione tra l’efficienza dimenticata e la pigria abitudine moderna è la scintilla che mi ha spinto a scrivere il pezzo.