19 Giugno 2026

Il nastro del 1984

Se chiudo gli occhi posso ancora sentire l’odore di quella stanza nel 1984, il graffio leggero della puntina che scende sul vinile e l’armonia acustica di due voci che, a noi ragazzi di allora, sembravano arrivate da un altro pianeta. Eravamo in pochi a conoscerli, Loy e Altomare. Il loro era un album del 1979 finito fuori dai radar delle grandi radio e del consumo di massa, un segreto prezioso che custodivamo tra pochi amici come un tesoro privato. Eppure, per mesi interi, quel disco è stato la nostra colonna sonora totalizzante, un filo rosso instancabile che legava pomeriggi passati a discutere, scoperte improvvise e quel bisogno viscerale di parole che non girassero intorno ai problemi, ma li colpissero dritto al cuore.

Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dalla sua uscita, quel filo si è improvvisamente riannodato nella mia mente intorno a un titolo preciso: “La terra dell’oro”. Ho provato a isolare quelle strofe, a spogliarle del filtro della nostalgia e a calarle a forza nel fango del nostro presente. Il risultato è sconcertante. Quella che all’epoca compravamo come la fotografia ruvida e arrabbiata di un momento storico si è rivelata, col tempo, una profezia spietata e lucidissima. Quella canzone non è un pezzo da museo: è ancora maledettamente viva, è ancora vera, ed è ancora qui che ci guarda in faccia per chiederci se abbiamo davvero imparato a vivere o se siamo solo diventati parte di quel triste cazzeggio che allora rifiutavamo.

La terra dell’oro: la profezia di loy e altomare contro il triste cazzeggio moderno

👤 Marco Vaccaro
📅 19 Giugno 2026
📁 Blog
Domanda: Se vedi un vecchio per strada e gli paghi del vino? Risposta: Canta ottave bellissime. Domanda: Se un amico paesano gli urla: “Porco fottuto”? Risposta: Tira fuori la lama e va. Niente fronzoli, nessuna mediazione o ipocrisia salottiera. Questo incipit secco ci scaraventa direttamente nel cuore pulsante di La terra dell’oro, brano inciso nel 1979 dal duo Loy e Altomare. A quasi cinquant’anni di…
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