Oggi mi sono scontrato con un classico paradosso da officina IT: un vecchio notebook, ma un gran bel ferro per l’epoca (un i7), rimasto incastrato nel tempo. Il problema iniziale sembrava il solito difetto hardware banale: la macchina si rifiutava categoricamente di fare il boot da qualsiasi chiavetta USB. Ma il vero scoglio era un altro, di natura conservativa: all’interno girava un vecchio Windows 7 farcito di software e configurazioni che andavano mantenuti a tutti i costi. L’installazione pulita con formattazione era fuori discussione.
Analizzando l’hardware, la macchina era nata originariamente con Windows 8.1. Questo significava una cosa precisa: la licenza era iniettata direttamente nel firmware UEFI (la classica licenza digitale che guarda il BIOS, senza etichette col codice sotto la scocca). Per esperienza so che quel tipo di chiave embedded viene riconosciuta e digerita come valida per l’upgrade gratuito alle versioni successive.
Il piano d’attacco logico prevedeva quindi un doppio salto forzato:
- Passare da Windows 7 a Windows 10 tramite aggiornamento in-place (visto che l’installer di Windows 11 si rifiuta di partire sul kernel di Windows 7).
- Una volta agganciato il desktop di Windows 10, lanciare il secondo upgrade verso Windows 11, lasciando che il sistema si andasse a riprendere automaticamente la sua licenza nativa dal BIOS.
E così è stato. La combinazione ha funzionato e la licenza UEFI è stata ereditata correttamente alla fine della catena.
L’unico vero muro burocratico si è presentato al primo step: il Windows 7 di partenza non era licenziato, e l’installer di Windows 10 ha alzato le barricate impedendo l’aggiornamento se non a fronte dell’acquisto di una nuova chiave.
Nell’articolo di oggi spiego la procedura tecnica per prendere a spallate questo sbarramento, ingannare l’installer e completare il passaggio senza perdere un solo byte di dati.