Il collo di bottiglia e il protocollo a blocchi
È un bel po’ che mi bazzica per la testa l’idea di realizzare un protocollo a blocchi. L’obiettivo è distruggere questo concetto obsoleto dei sistemi operativi a finestre. Interfacce strutturate come matrioske, file system complicati e ridondanti dove il dato sprofonda letteralmente nell’abisso di directory inutili, costringendo il sistema a rimanere in un perenne stato di allerta e di attesa attiva.
Il primo vero ostacolo, però, arriva dalla radice fisica: la cpu. Per applicare una logica del genere mi sono chiesto se esistessero già architetture hardware in grado di assecondare un approccio modulare e totalmente asincrono. L’articolo appena scritto su marcovaccaro.it nasce esattamente da questa necessità. Parla di processori event-driven, macchine progettate per stare zitte e spente, che si accendono solo quando l’evento lo richiede.
È la quadratura del cerchio. Pensare a un ambiente di lavoro strutturato su moduli isolati e microkernel, sfruttando un paradigma nativo come WebAssembly per rompere il concetto classico di desktop, viene castrato in partenza se sotto hai un silicio progettato per macinare cicli a vuoto. Il software a blocchi ha un disperato bisogno di hardware capace di rispettare il silenzio.