Il grande rattoppo: come il marketing commodore ha fagocitato il silicio

👤 Marco Vaccaro
📅 25 Maggio 2026

Se date in pasto a un’intelligenza artificiale i comunicati stampa del web moderno, vi dirà che la “nuova Commodore” ha creato uno straordinario ecosistema integrato tra hardware e software. Ci è cascata anche l’IA di Google, prima di essere costretta a guardare in faccia la realtà e ammettere l’abbaglio. Viviamo in un recinto sociale e commerciale disegnato per farci girare a vuoto attorno a un logo famoso. Il marchio “Commodore”, oggi, è solo una carcassa spolpata da avvocati e venditori di fumo. Da una parte si usa il nome per vendere PC con un Linux mascherato da retro-computer; dall’altra lo si usa come scudo legale per piazzare portatili cinesi rimarchiati. In mezzo c’è chi fa ingegneria vera, ma viene fagocitato dalla narrazione del marketing. Smontiamo il teatrino e separiamo il silicio vero dalla fuffa commerciale.

il genio solitario e il silicio puro: l’ultimate 64

Partiamo dall’unica cosa che ha reale valore tecnico in questa storia. Se pensate che l’acclamato Commodore 64 Ultimate sia stato progettato nei laboratori di una multinazionale, vi sbagliate di grosso. È il capolavoro hardware di un singolo ingegnere indipendente, Gideon Zweijtzer. Sotto la scocca non c’è un chip generico che fa girare un sistema operativo per “fingere” di essere un C64. Batte un cuore FPGA (Field Programmable Gate Array) AMD Xilinx Artix-7. Gideon ha riscritto, ciclo per ciclo, i chip originali (SID, VIC-II, CIA) a livello logico. Niente emulazione software economica, niente ritardi: un’assoluta fedeltà nell’esecuzione del codice a latenza zero. È una scheda madre autonoma, saldata e venduta dal suo creatore. Da un lato dialoga con gli standard moderni (HDMI nativa a 1080p, Ethernet, USB); dall’altro mantiene un ponte col passato offrendo una compatibilità superiore al 99% con l’hardware d’epoca (porta cartucce, seriale IEC per il 1541, user port, prese DB-9 per i vecchi joystick).

i venditori di nostalgia: l’operazione americana

Nel 2025, un gruppo guidato dallo YouTuber Christian Simpson (Peri Fractic) fonda la Commodore International Corporation negli Stati Uniti. Non hanno ingegneri per creare chip, ma hanno i soldi per comprare legalmente i diritti storici del brand attraverso una complessa catena di acquisizioni post-fallimento (Tulip, Polabe Holding). Cosa vendono? PC moderni con architettura standard chiusi dentro gusci di plastica a forma di vecchio “biscottone”. A farli girare c’è il Commodore OS Vision. Togliamo la maschera: non è un vero sistema operativo. È una comunissima distribuzione Linux appesantita da un tema grafico vintage e con l’emulatore VICE preinstallato. Puro bloatware estetico.

Poi arriva il capolavoro del marketing. Capiscono che i puristi vogliono il silicio di Gideon. Gli fanno un’offerta commerciale, brandizzano la sua scheda Ultimate 64 con il logo ufficiale Commodore e la mettono nel loro store. Per giustificare l’operazione, prendono i vecchi script di rete gratuiti che la community usava da un decennio per inviare i file all’Ultimate 64, li infilano nel loro Linux e li spacciano per “un ecosistema nativo e unificato”. Un adesivo incollato sul lavoro altrui.

il circo italiano: la guerra dei cloni da ufficio

Se l’operazione americana vi sembra spregiudicata, il fronte italiano sfiora il grottesco. Sfruttando vuoti normativi e le scadenze dei vecchi depositi legali in Europa, un gruppo di imprenditori capitanato da Luigi Simonetti fonda la Commodore Industries Srl e registra il marchio per il territorio nazionale. Cosa c’entra questa fazione con il retrocomputing o con l’FPGA di Gideon? Assolutamente nulla. Prendono hardware moderno di importazione asiatica (laptop, tablet, mini-PC), ci stampano sopra il logo con la “C” capovolta e lo vendono come “rinascita tecnologica italiana”. Il risultato è una guerra legale aperta: gli americani li hanno trascinati in tribunale accusandoli di operazione parassitaria, ma restano bloccati in Italia, mentre gli italiani usano il marchio come scudo per vendere portatili da ufficio.

l’assurdo del software e la fregatura a bill gates

Il paradosso finale è che chi vince la guerra per il marchio non ha comunque in mano le chiavi del regno. Se l’operazione USA possiede la plastica e il nome, non possiede un singolo byte del sistema operativo a 8-bit originale. I diritti sul KERNAL e sullo storico schermo blu sono finiti nelle mani della Cloanto di Mike Battilana. I legittimi proprietari del marchio Commodore, per far accendere il loro nuovo computer, devono bussare alla porta di Cloanto e scambiare favori (licenze software in cambio dell’uso del marchio). Ma la vera beffa risale alle origini. Il “Commodore BASIC V2” è figlio della Microsoft. Jack Tramiel, il dispotico fondatore di Commodore, si rifiutò di pagare a Bill Gates la solita royalty di 3 dollari a macchina. Mettendo sul piatto poco più di 25.000 dollari in un’unica tranche per una licenza perpetua, Tramiel disse: “Sono già sposato, non ho intenzione di pagare gli alimenti a vita”. Commodore vendette decine di milioni di computer senza versare mai più un centesimo. Oggi, quello che vediamo a schermo è il fantasma di un’azienda fallita, il codice di una multinazionale fregata dal fondatore e il risultato di compromessi tra avvocati che si spartiscono le briciole.

il parassita estetico: thec64 maxi e il trucco della plastica

A chiudere questo circo c’è la Retro Games Ltd. (distribuita da Plaion), autrice della furbata legale perfetta. Sul loro THEC64 (il cosiddetto “Maxi”) non troverai mai la parola “Commodore” o il logo con la “C” capovolta. Sapevano che i legali del marchio li avrebbero inceneriti, così hanno sfruttato un bug del sistema: i brevetti sul design industriale del case originale erano scaduti.

Hanno clonato millimetricamente il guscio di plastica per aggirare la burocrazia, ma sotto il cofano c’è il vuoto. Al posto dell’ingegneria FPGA c’è una microscopica schedina ARM da pochi euro che fa girare un banale emulatore (VICE) su un Linux blindato. Nessun marchio ufficiale, nessun silicio reale. È solo un giocattolo plug-and-play venduto a peso d’oro per chi preferisce comprare un’illusione estetica già pronta piuttosto che sporcarsi le mani con la vera tecnologia.

Se lo si acquista con la piena consapevolezza di portarsi a casa un semplice emulatore scatolato, il ferro in sé non è completamente da buttare: la tastiera a dimensioni reali funziona, le porte USB sono comode e l’uscita HDMI fa il suo lavoro senza sbattimenti. Diventa un oggetto onesto solo se pagato per quello che vale davvero: il prezzo di un giocattolo plug-and-play da hard discount per far fare un giro nostalgico ai bambini. Ma venderlo a prezzo pieno spacciandolo per un “microcomputer” resta l’insulto finale all’intelligenza tecnica.

la logica del cavo elettrico

La morale di questa storia è spietata. Il giornalismo tecnologico moderno, gli algoritmi e gli stessi utenti si fermano alla superficie della scatola. Se c’è stampato sopra il marchio Commodore, o se la plastica ha la forma del vecchio “biscottone”, il cervello critico si spegne e scatta l’acquisto compulsivo.

Il mercato ha capito che la nostalgia è un business perfetto se venduta a scatola chiusa. Vi offrono involucri vuoti: c’è chi vi piazza un logo prestigioso su un PC Linux, chi lo usa come scudo per vendere portatili cinesi e chi clona millimetricamente un case degli anni ’80 per nasconderci dentro un emulatore da due lire. Sono tutte gabbie rassicuranti, pacchetti preconfezionati per chi non tollera la fatica di capire, di configurare, di scontrarsi con l’hardware vero.

Ma la logica ci impone di guardare il circuito stampato, non l’estetica. Se vi serve un sistema Linux, prendete un vecchio PC, piallatelo e installateci Debian pulito, senza pagare la tassa sui ricordi. Se invece volete la vera informatica a 8-bit nel 2026, andate alla radice: comprate il silicio puro da chi lo progetta davvero. Tutto il resto è solo fuffa commerciale, un enorme e inutile rattoppo per spillarvi soldi usando la vostra memoria come bancomat.

Marco Vaccaro