La vera storia della commodore

Jack Tramiel non era un ingegnere colto, era un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz. Questa non è un’informazione di contorno, ma la chiave di lettura per capire l’intera strategia della Commodore. Quando fondò l’azienda a Toronto nel 1955, dopo aver riparato macchine da scrivere per l’esercito americano nel Bronx, aveva una sola regola: “il business è guerra”. Non gli interessava creare un salotto per intellettuali dell’informatica, voleva annientare i concorrenti. Dopo essere passato alle calcolatrici elettroniche negli anni ’70, capì in fretta che dipendere dai fornitori esterni per i chip era un suicidio commerciale, specialmente quando aziende come Texas Instruments iniziarono a vendere i propri prodotti a prezzi inferiori rispetto ai componenti nudi.

Il colpo di genio: l’acquisizione di mos technology

Nel 1976 avviene la mossa che cambia la storia. Tramiel tira fuori 800.000 dollari e compra la MOS Technology. Lì dentro c’era Chuck Peddle, la mente dietro al processore MOS 6502. Mentre giganti come Motorola e Intel facevano pagare i loro chip centinaia di dollari, Peddle era riuscito a creare un capolavoro di silicio venduto a 25 dollari.

Il MOS 6502 diventa la spina dorsale di un’epoca. Padroneggiare quell’architettura esigeva un approccio da puristi. Sviluppare in Assembly puro, dovendo gestire limiti fisici brutali come i miseri 128 byte di RAM dell’Atari 2600 e arrivando a sincronizzare il codice direttamente sul raggio catodico (il racing the beam), richiedeva un’eccellenza intellettuale assoluta. Era un’ingegneria del silicio basata sull’ottimizzazione estrema e sulla pulizia strutturale del codice, un mondo in cui le scorciatoie e i motori grafici pre-confezionati non esistevano. C’era solo il programmatore e il metallo nudo della macchina.

Il massacro dei prezzi: vic-20 e commodore 64

Forte della propria fonderia di chip, Tramiel scatenò l’inferno. Con il lancio del VIC-20 nel 1981 e soprattutto del Commodore 64 nel 1982, inaugurò una guerra dei prezzi spietata. Lo slogan era chiaro: computer per le masse, non per le classi. Tramiel rimosse i computer dalle vetrine dei negozi specializzati e li sbatté nei grandi magazzini e nei negozi di giocattoli. Distrusse l’aura elitaria dell’informatica.

Sotto la scocca del C64, oltre al MOS 6510, c’era un miracolo hardware: il chip SID (Sound Interface Device). Progettato dall’ingegnere Robert Yannes, il SID non si limitava a emettere i “beep” dei sistemi concorrenti. Era un vero e proprio sintetizzatore analogico tre oscillatori inserito in un ambiente digitale. Trasformò un computer domestico in uno strumento musicale professionale e vendette 17 milioni di unità. Nessun altro home computer ha mai raggiunto questi numeri.

L’amiga e il declino manageriale

Il seme del disastro viene piantato nel 1984. Irving Gould, il principale finanziatore della Commodore, caccia Jack Tramiel per divergenze insanabili. Tramiel se ne va, compra la Atari e giura vendetta.

Senza la sua guida, Commodore diventa preda di dirigenti inetti. Nel 1985 la società compie il suo ultimo, vero capolavoro: acquisisce l’Amiga. Progettata da Jay Miner, l’architettura a 16 bit dell’Amiga 1000 era aliena per l’epoca. Mentre i PC basati su MS-DOS faticavano a mostrare qualche colore su riga di comando, l’Amiga offriva un vero multitasking preemptive e gestiva l’elaborazione grafica e sonora con co-processori dedicati (Agnus, Paula e Denise), liberando la CPU principale. Era avanti di dieci anni rispetto a Windows.

Il suicidio aziendale

L’hardware eccezionale non può nulla contro l’avidità. Irving Gould e successivamente Mehdi Ali, due finanzieri senza la minima visione tecnica, presero il controllo totale. Invece di investire aggressivamente per fare dell’Amiga lo standard mondiale, scelsero la via del parassitismo.

Tagliarono sistematicamente i fondi alla ricerca e sviluppo per intascarsi premi e dividendi milionari. L’Amiga venne commercializzata in modo schizofrenico: a volte venduta come macchina da ufficio per contrastare IBM, a volte come console da gioco, confondendo il mercato. I modelli successivi, come l’Amiga 500 o il 1200, campavano di rendita sulla genialità dei progetti originali, con aggiornamenti tecnici minimi. Mentre l’industria dei cloni PC avanzava come un rullo compressore, abbassando i costi e migliorando gli standard, Commodore rimase a guardare.

La bancarotta arrivò ad aprile del 1994. Non fu causata dall’incapacità degli ingegneri, ma dall’ignoranza di una classe dirigente che ha smontato pezzo per pezzo un impero tecnologico pur di massimizzare i profitti a breve termine.

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