La domotica dell’impotenza: l’evoluzione umana ostaggio di un cilindro di plastica
C’è stato un momento preciso nella storia in cui abbiamo deciso che premere un interruttore fosse un’attivitĂ troppo logorante per la nostra specie. Dopo aver dominato il fuoco, tracciato le rotte oceaniche e diviso l’atomo, l’homo sapiens contemporaneo ha guardato una banale placchetta di plastica sul muro e ha pensato: “No, è troppa fatica. Voglio che lo faccia un microfono collegato a un server in California”.

Ed è così che è nata la domotica dell’impotenza, il cortocircuito definitivo tra l’arroganza tecnologica e la pigrizia cronica.
La scena si ripete identica in milioni di case. Un individuo adulto, nel pieno delle sue facoltĂ mentali, sprofondato nel divano, scandisce con una voce innaturale e vagamente minacciosa: “Accendi la luce in salotto”. Silenzio. Il piccolo totem cilindrico lampeggia, elabora, esita. E in quella pausa non richiesta si consuma il dramma. Il tempo di latenza della macchina è spesso superiore a quello che richiederebbe un banale movimento di flessione delle ginocchia. Ma alzarsi è ormai considerato un affronto al progresso.
Segue il secondo tentativo, dove il tono perde ogni traccia di civiltĂ e acquisisce l’isteria tipica del tiranno nevrotico: “Ho detto: ACCENDI. LA. LUCE. DEL. SALOTTO”. La risposta, immancabilmente, è una beffa sintetica: “Non trovo nessun dispositivo chiamato ‘salmone'”.
Abbiamo barattato la certezza meccanica, tattile e infallibile dell’interruttore fisico con un ecosistema che richiede una connessione fibra, un router aggiornato, un cloud dall’altra parte del pianeta e una dizione teatrale, solo per non dover muovere tre passi. L’illusione era quella di trasformarci in comandanti di un’astronave fantascientifica; la realtà è che siamo diventati i badanti esauriti di elettrodomestici duri d’orecchi.
Questo teatrino dell’assurdo non ci ha resi padroni del nostro ambiente, ci ha resi ostaggi di una comoditĂ difettosa. Consumiamo un’energia emotiva e nervosa spropositata per negoziare con un algoritmo azioni che per un secolo intero abbiamo compiuto con la memoria muscolare, in totale silenzio. Abbiamo preso un’azione semplice e binaria (acceso/spento) e l’abbiamo riempita di rumore, frustrazione e passaggi inutili. E quando la magia fallisce, sbraitiamo contro un pezzo di plastica perchĂ©, nel profondo, ci mette di fronte all’assurditĂ della nostra dipendenza.
Alla fine, magari al terzo urlo, la luce si accende. Ma seduti su quel divano, con il fiatone per la rabbia, non siamo mai sembrati così al buio.